Da L'EVANGELO • 07 cap.468
Da L'EVANGELO • 02 cap.097
Da i QUADERNI del 20 agosto 1944
1° volume • capitolo 01
(Il Vangelo secondo Matteo – La Sacra Bibbia – Cap. 9, 9-13 – Ed. Paoline, 1968)
(V.Messori: ‘Patì sotto Ponzio Pilato?’ – Cap. XXXVII - S.E.I.,1992)
(V.Messori: ‘Inchiesta sul Cristianesimo’ – S.E.I., 1987)
(M.Valtorta: ‘Quaderni del 1943-1944-1945’ – Centro Editoriale Valtortiano)
(M.Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Cap. 97 – Centro Editoriale Valtortiano)
1. I Vangeli: mito o storia?
1.1 I dottori del cavillo
La Tradizione - leggo nella introduzione alla Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline (1968) che io sto utilizzando per questo nostro lavoro – attribuisce a Matteo il Vangelo più ‘antico’, a Marco quello successivo, a Luca il terzo e a Giovanni l’ultimo, ma solo a fine secolo.
Alcuni autorevoli critici ‘razionalisti’ – come già detto nella Introduzione - hanno dunque cercato di smontare l’attendibilità storica dei vangeli riconducendola ad una creatività mitizzante delle prime comunità cristiane.
Conseguentemente, poiché doveva esserci materialmente il tempo che il ‘mito’ si creasse e si diffondesse, era necessario ipotizzare un periodo congruo di tempo perché il mito si formasse - diciamo un duecento anni, per starci dentro bene - periodo dopo il quale i primi vangeli, secondo questi critici, avrebbero potuto essere scritti senza che a quel punto nessuno ne potesse più sostenere la non veridicità, essendo ormai morti da un bel pezzo tutti i ‘testimoni’ oculari che avrebbero potuto farlo.
Per questi critici le stesse testimonianze di ‘storicità’ rese dalla Tradizione erano da considerare ‘poco storiche’, per non dire fortemente ‘sospette’.
Ma Gesù aveva però detto che anche le pietre avrebbero parlato, ed infatti l’archeologia di questi nostri ultimi cinquantanni ha dato una mano robusta – con le sue scoperte – alla retrodatazione dei vangeli ad un’epoca di poco successiva alla predicazione di Gesù ed alla stessa attività apostolica, fatto questo che rende i vangeli non solo ‘storici’ ma anche altamente attendibili, non essendo immaginabile che venissero divulgati vangeli con falsi episodi della vita di Gesù mentre così tanti testimoni e anche tanti nemici erano ancora in vita.
A Qumràn, sopra il Mar Morto, vi era un monastero di una comunità di esseni, comunità che venne distrutta in occasione della guerra giudaica fra il 66 e 70 d.C. che portò alla distruzione di Gerusalemme dopo l’assedio da parte romana.
I monaci nascosero in recipienti sigillati, in fondo a delle grotte, la loro biblioteca, forse nella speranza di recuperarla in tempi migliori.
L’immane carneficina di quella guerra (lo storico Giuseppe Flavio parla di oltre un milione di morti nella sola Gerusalemme) rese presumibilmente impossibile il recupero successivo se non…quasi duemila anni dopo, a seguito di un ritrovamento fortuito da parte di un pastore beduino.
Quando gli archelogi scoprirono nel 1947 – in vendita presso degli antiquari – dei rotoli antichissimi poi identificati come appartenenti alla biblioteca degli esseni, ne venne individuata la provenienza.
Nel 1955 venne setacciata la grotta 7 dove venne trovato un frammento di papiro (sigla7Q5) che successivamente fu identificato da Padre Josè O’ Callaghan del Pontificio Istituto Biblico di Roma come appartenente al Cap. 6° del Vangelo di Marco, reperto che quindi permetteva di concludere non solo che detto vangelo era certamente anteriore all’anno 70 ma che anzi doveva essere ancora più antico, poiché – racconta al proposito Vittorio Messori in ‘Patì sotto Ponzio Pilato?’ – tutti i papirologi, in base al tipo di scrittura e ad altre particolarità, avevano datato quel brandello (dal contenuto per loro ancora sconosciuto) attorno all’anno 50, fatto questo che significava che l’intervallo di tempo tra la morte di Gesù e la stesura di almeno un primo vangelo nel testo definitivo che noi ancora conosciamo e usiamo, era stato assai più breve di quanto non ipotizzasse la stragrande maggioranza degli specialisti i quali davano come cosa assolutamente certa che la redazione definitiva dei vangeli fosse stata preceduta da un lungo periodo di tradizione orale.
Questi tempi – osserva Messori – potrebbero essere ancora più stretti, e cioè ancora più vicini alla predicazione di Gesù – se avessero ragione quegli studiosi che sostengono che il greco dei sinottici è a sua volta una traduzione di un originale semitico.
Non è nostra intenzione entrare troppo nei particolari essendo, questa, materia da veri studiosi, ma – visto che stiamo parlando dei ‘sinottici’ il cui commento ci accompagnerà per ben tre volumi e di una loro possibile traduzione in greco da un originario precedente testo semitico, fatto che li renderebbe del tutto ‘storici’ e del tutto ‘affidabili’ – non sarà male parlare anche di Jean Carmignac, prete e biblista parigino, e della sua scoperta sui reperti di Qumràn di cui egli dette notizia nel suo lavoro La naissance des èvangiles synoptiques.
Ne parla Messori nella sua ‘Inchiesta sul Cristianesimo’ (SEI, 1987).
Ebraista, esperto conoscitore delle lingue dell’Antico Testamento, dopo aver studiato a Roma conquistandovi lauree e diplomi, Jean Carmignac venne inviato prima a Parigi e poi, nel ‘54 – avendo vinto una borsa di studio – in Israele dove ebbe il primo contatto con i manoscritti della comunità essena che erano stati da pochi anni scoperti sul mar Morto.
Per l’ebraista l’approccio al linquaggio semitico di Qumràn fu ricco di novità e di sorprese. Egli ne sarebbe diventato uno dei maggiori esperti mondiali, divenendo altresì fondatore e redattore della ‘Revue de Qumràn’, il solo giornale ad altissimo livello che si occupava in modo esclusivo di quei testi emersi dopo duemila anni.
Parlando di una sua intervista con Carmignac, Messori - di lui - così scrive:
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Dalle Scritture ebraiche del Mar Morto ai vangeli e alla loro origine semita: fu una svolta avvenuta nel 1963 e da allora portata avanti con determinazione, sino alla morte, quasi venticinque anni dopo. Mi raccontò come erano andate le cose: «Ho cominciato come per caso a occuparmi della formazione dei vangeli. Traducendo i testi di Qumrán, incontravo molti rapporti con il Nuovo Testamento e ho pensato che avrei potuto ricavarne un commento alla luce dei documenti del Mar Morto. Ho deciso di cominciare con il vangelo di Marco e, per mio uso personale, ho voluto vedere quale suono desse tradotto nell'ebraico di Qumrán».
E qui cominciarono le sorprese: «Immaginavo che una simile traduzione sarebbe stata molto difficile a causa delle differenze considerevoli tra il pensiero semita e quello greco. E invece ho scoperto subito, stupefatto, che la traduzione si rivelava estremamente facile. Dopo un solo giorno di lavoro - era l'aprile del '63 - ero già convinto che il testo di Marco non poteva essere stato redatto in greco: doveva essere, in realtà, la traduzione greca di un originale ebraico. Le grandi difficoltà che mi aspettavo erano state tutte risolte dal traduttore ebreo-greco che aveva trasposto parola per parola, conservando persino l'ordine dei termini richiesto dalla grammatica ebraica». Insomma: «Più avanzavo nel lavoro, e più prima in Marco e poi in Matteo - scoprivo che il corpo visibile del testo era in greco ma l'anima invisibile era semitica, senza possibilità di dubbio».
Nella conclusione del suo libretto - vero sasso gettato nello stagno dell'esegesi biblica moderna - Carmignac riassunse in otto punti quelli che definiva «i risultati provvisori di vent'anni di ricerca sulla formazione dei vangeli sinottici». Le parole sono misurate, i gradi di probabilità attentamente graduati: «Primo: è certo che Marco, Matteo e i documenti utilizzati da Luca sono stati redatti in una lingua semitica». Segue un secondo punto: «è probabile che questa lingua semitica sia l'ebraico piuttosto che l'aramaico». Punto tre: «E’ abbastanza probabileche il vangelo di Marco sia stato composto in lingua semitica dallo stesso apostolo Pietro».
L'importanza di queste affermazioni (pacate ma fondate su due decenni di lavoro) non sfugge agli esperti. I quali sanno bene che già Erasmo da Rotterdam, nel Cinquecento, avanzava l'ipotesi che dietro il testo greco dei tre primi vangeli - i "sinottici" - stesse un originale ebraico. Poi, però, questa ipotesi fu ricacciata tra quelle inammissibili dalla critica illuminista (indi razionalista, positivista, storicista) che dal Settecento sino ad oggi ha dominato il campo della cosiddetta "incredulità" ed è alla fine penetrata anche tra molti studiosi cristiani; prima protestanti ma, da qualche tempo, anche cattolici. Carmignac rifiutava di fare nomi, di aprire polemiche: voleva che fossero i fatti a parlare per lui. Dalle sue parole, però (e dalle esplicite accuse di un altro francese, Claude Tresmontant, che era giunto in quei mesi, seppure per altra via, alle sue stesse conclusioni che aveva esposto anche lui in un libro, Le Christ hébreu) si comprendeva bene quanto gli studi sul Nuovo Testamento fossero, per lui, dominati da pregiudizi non scientifici.
Si parte assai spesso, mi diceva, da alcuni ferrei presupposti: «I vangeli devonoessere composizioni tardive, testi nei quali sono confluite tali e tante preoccupazioni e aggiustamenti della comunità primitiva da rendere praticamente impossibile rintracciarvi la voce autentica del Gesù che predicava in Palestina». Continuava, elencando altri pregiudizi "non scientifici": «I vangeli devonoessere compresi partendo innanzitutto dalla cultura ellenistica e quindi devono essere stati composti in greco». Ancora: «I vangeli devono essere il risultato di una lunga, oscura preistoria orale anche perché in essi, ad ogni pagina, esplode, il soprannaturale, il prodigioso: ora, visto che il miracolo è impossibile per la visione nazionalistica del mondo, che non è comunque accettabile dalla mentalità di tanti intellettuali moderni, bisogna presupporre un tempo adeguato perché la "leggenda" cristiana possa formarsi, coagularsi nei testi evangelici, sotto l'influsso anche delle religioni misteriche giunte dall'Oriente nell'Impero romano».
E’ con a priori del genere che, faceva capire Carmignac, continua a lavorare tanta critica biblica, quella stessa che magari occupa le cattedre delle università e che domina giornali e case editrici…
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Carmignac morirà tuttavia amareggiato per le polemiche sollevate dal suo ‘lavoro’, frutto di vent’anni di studi.
Prima era amato e studiato dai suoi colleghi ma – dopo la pubblicazione del suo lavoro – questi gli tolsero il saluto e le stesse Case editrici gli chiusero le porte in faccia costringendolo a scrivere in inglese e a pubblicare all’estero.
In effetti ho letto da qualche parte che in quel particolare mondo ‘accademico’ - dove fior di ‘teologi’ si erano fatti una fortuna con le loro teorie, avevano acquisito celebrità, dando origine a delle vere e proprie scuole di pensiero basate sulla posdatazione dei vangeli e sulla loro non storicità - costoro non erano tanto ben disposti a vedersi smentire ed a far considerare carta da macero i loro libri che riempivano tante biblioteche e i depositi di certe Case editrici.
E Messori, a proposito delle reazioni contro la scoperta di Carmignac, così ancora scrive:
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Ma perché ha suscitato tante reazioni incattivite la certezza raggiunta da Carmignac (con un lavoro che si è spinto sino a rintracciare 90 traduzioni ebraiche del Nuovo Testamento), che Matteo, Marco e i documenti utilizzati da Luca siano stati scritti non in greco, ma in una lingua semitica?
Come mi spiegò a voce il vecchio studioso, ricordandomi quanto aveva scritto, se i vangeli in origine erano in ebraico (o in aramaico, anche se egli propendeva per la prima lingua) è segno che essi sono stati composti quando ancora il cristianesimo nascente era confinato in Palestina e non era ancora esploso nei territori dell'Impero, dove per farsi capire bisognava esprimersi in greco, l'inglese dell'epoca.
Ma, allora, osservava, «tutta la datazione dei vangeli va rivista e spostata all'indietro. Se davvero, come sembra certo, i vangeli erano in ebraico, essi sono a ridosso degli avvenimenti, riportano parole e fatti controllabili direttamente dai testimoni ancora viventi, nei luoghi stessi. Non sono dunque composizioni sospette dal punto di vista storico, non sono stati sottoposti a quelle lunghe manipolazioni della comunità credente di cui parla l'esegesi oggi dominante. Sono invece documenti storici, quasi cronistici, di primissima mano: e dunque si alza di colpo il loro livello di credibilità, le certezze della fede vengono a poggiare su delle conferme storiche».
Stando alla datazione che sinora fa testo quasi ovunque, Marco sarebbe stato composto verso l'anno 70, data cruciale perché è quella della distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, con la conseguente sparizione definitiva di quel mondo ebraico che era stato quello di Gesù e dei suoi primi discepoli; Matteo e Luca tra l'80 e il '90; Giovanni alla fine del secolo (anche se qualcuno si era spinto addirittura sino all'anno 170 ... ).
Osservava Carmignac (e con lui Robinson, Tresmontant ed altri esegeti che stanno spuntando qua e là) che già attorno all'anno 50 il cristianesimo esplode fuori dall'ambito palestinese. Dunque, a partire da allora sarebbe stato inutile, anzi dannoso, scrivere in una lingua locale i documenti della fede. Se l'originale dei vangeli è davvero semita, è perché sono stati scritti subito, tra il 30 (data probabile della morte di Gesù) e il 50 o poco più.
Attraverso considerazioni che qui lo spazio impedisce di esporre, il solitario studioso chiuso nel suo eremo parigino proponeva questa datazione: Marco fu scritto non più tardi del 42-45 e sarebbe stato Pietro stesso a scriverlo, anche se il vangelo prese il nome del suo traduttore in greco, forse per un atto di umiltà da parte del capo degli apostoli. Matteo sarebbe stato scritto verso l'anno 50 e Luca poco dopo, in greco, ma utilizzando documenti scritti in ebraico.
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Comprenderete, voi che leggete, l’importanza che può assumere al fine delle problematiche circa la datazione e quindi la ‘storicità’ dei tre vangeli il ‘dettato’ che nel settembre del ‘43 Gesù dette alla Valtorta, dettato nel quale – nel dare disposizioni sull’ordine secondo il quale collocare all’interno dell’Opera valtortiana gli episodi mostrati a lei in visione - Egli, ci dà una informazione che qui riporto.
Informazione che tocca un argomento fondamentale e – sia pur nell’ottica di una rivelazione mistica che certo non ha valenza ‘scientifica’ ma di fede - svela il ‘segreto’ non solo della datazione dei vangeli ma anche della loro origine e formazione.
Quelle della Valtorta possono essere classificate come ‘rivelazioni private’, come lo furono ad esempio quelle che ebbero come destinatari i ragazzi di Lourdes e Fatima, e come lo sono quelle avute da una innumerevole schiera di santi nella storia bimillenaria della Chiesa: santi regolarmente canonizzati, non certo considerati ‘visionari’!
23 settembre
Dice Gesù:
«Intanto ti dico che l'episodio di mercoledì (20-9) , se farete un'opera regolare, lo dovete collocare un anno avanti la mia morte, perché accadde al tempo della messe del mio 32° anno.
Necessità di conforto e istruzione per te, diletta, e per altri, mi hanno costretto a seguire un ordine speciale nel dare le visioni e i dettati relativi. Ma vi indicherò, a suo tempo, come distribuire gli episodi dei tre anni di vita pubblica. L'ordine dei Vangeli è buono, ma non perfetto come ordine cronologico. Un osservatore attento lo nota.
Colui che avrebbe potuto dare l'esatto ordine dei fatti, per esser stato meco, dall'inizio della evangelizzazione alla mia ascesa, non lo ha fatto, perché Giovanni, figlio vero della Luce, si è occupato e preoccupato di far rifulgere la Luce attraverso la sua veste di carne agli occhi degli eretici che impugnavano la verità della Divinità chiusa in carne umana. Il Vangelo sublime di Giovanni ha raggiunto il suo scopo soprannaturale, ma la cronaca della mia vita pubblica non ne ha avuto aiuto.
Gli altri tre evangelisti mostrano uguaglianze fra loro, come fatti, ma ne alterano l'ordine di tempo, perché di tre uno solo era stato presente a quasi tutta la mia vita pubblica: Matteo, e non l'aveva scritta che 15 anni dopo, mentre gli altri li scrissero più oltre ancora, e per averne udito il racconto da mia Madre, da Pietro, da altri apostoli e discepoli.
Vi voglio dare una guida nel riunire i fatti del triennio, anno per anno.
Ed ora vedi e scrivi. L'episodio non segue quello di mercoledì (20-9)… »
Mi sembra che il discorso di Gesù, qui, sia chiaro.
Riepilogando, Matteo ha scritto 15 anni dopo, e sfido anche voi dopo un tale periodo di tempo - a meno che non abbiate una memoria da elefante - a ricordare l’esatta cronologia o a ricostruire, se non in maniera generica, certi episodi.
Peraltro, indipendentemente dalla ‘memoria’, Matteo può aver seguito un suo personale criterio di esposizione, almeno in parte indipendente dalla reale cronologia e concatenazione dei fatti.
Marco e Luca, da parte loro, hanno riferito – scrupolosamente, d’accordo, ma sempre riferito - discorsi fatti da terzi, per quanto autorevolissimi, e anche questi a distanza di un certo numero d’anni, a mio avviso seguendo nei loro vangeli in linea di massima – e questo a me sembrerebbe una cosa logica - la falsariga strutturale già adottata precedentemente da Matteo: il che spiegherebbe perché i tre vangeli sono stati chiamati ‘sinottici’, cioè seguenti una analoga esposizione in parallelo.
Quindi se Gesù – come sembra – fu crocifisso intorno all’anno 30 e se il Vangelo del ‘testimone diretto’ Matteo – secondo il dettato della Valtorta – è di una quindicina di anni dopo, la sua datazione risalirebbe al 45 circa, mentre gli altri vangeli saranno stati di poco successivi.
A quell’epoca Gerusalemme e la Palestina pullulavano ancora di giudei cristianizzati, testimoni diretti – insieme agli altri giudei ‘ortodossi’ – delle vicende narrate in quel libro.
Il Gesù delle visioni valtortiane dei recenti anni ’40 conferma dunque – sia pur indirettamente – la datazione che qualche decennio dopo sarà ricostruita da Carmignac grazie alle sue scoperte esegetico-filologiche in ordine al Vangelo di Marco (e cioè traduzione in greco da un testo semitico precedente, probabilmente scritto dallo stesso Pietro di cui Marco fu discepolo).
Lo stesso Luca, compagno di viaggi e discepolo di San Paolo, si era recato spesso a Gerusalemme e certe informazioni sulla vita infantile di Gesù – oltre che da parenti, come ad esempio i due cugini apostoli Giacomo e Giuda d’Alfeo – non può averle avute altro che direttamente dalla Madonna, quindi prima della sua Assunzione che avvenne non molti anni dopo la morte di Gesù.
E non si vede perché Marco e Luca avrebbero dovuto aspettare tanto a scrivere il loro Vangelo che invece – in quegli anni di intensa predicazione apostolica – era così necessario.
Ricapitolando:
1. se questi vangeli sono frutto di una traduzione in greco da un precedente testo in lingua semitica (ebraico o aramaico, come ha scoperto Jean Carmignac)
2. e se non avrebbe più avuto senso scrivere in semitico dopo il 70 d.C., quando - dopo la guerra giudaica - Gerusalemme era stata completamente rasa al suolo e la nazione ebraica letteralmente cancellata come entità politica, e il popolo disperso fuori dalla Palestina,
si può dedurre che i Vangeli ‘semitici’ dovevano effettivamente circolare già da un certo numero di anni prima della guerra giudaica (66-70 d.C.), e quindi erano ben diffusi e letti quando ancora un grandissimo numero di testimoni oculari ancora in vita avrebbero potuto facilmente smentirli.
Se dunque i vangeli non sono frutto di un ‘mito’ ma storici, anzi frutto di una rigorosa ricostruzione cronistica di quegli avvenimenti, rimane - per noi che dobbiamo commentarli ora - il problema del loro… ‘disordine cronologico’ nella esposizione dei fatti.
Quale ‘ordine’ seguire dunque nel commento di questo nostro libro che vuol essere anche una ricostruzione temporalmente ‘ordinata’ della vita di Gesù?
L’ordine della Valtorta o il ‘disordine’ dei tre sinottici?
Siccome in questi nostri tre volumi, dovremo commentare i vangeli alla luce delle visioni della Valtorta, cosa fare allora – per avere un’idea della reale cronologia dei fatti evangelici - se non disporre il commenti dei versetti non nell’ordine cronologicamente ‘disordinato’ in cui essi sono riportati nei vangeli ufficiali ma nell’ordine temporale indicato alla Valtorta dallo stesso Gesù delle sue visioni?
Certo, è necessario un piccolo atto iniziale non di fede ma di fiducia in una grande mistica, che i ‘razionalisti’ che non credono alle visioni potrebbero anche chiamare ‘visionaria’, ma della quale – ricorrendo al principio ‘illuminista’ di far uso della vostra Ragione e non di quello che vi dicono gli altri - potrete voi stessi giudicare l’attendibilità per esperienza diretta, leggendo nelle prossime pagine.
Emilio Pisani, attraverso il Centro Editoriale Valtortiano, è il curatore della diffusione in tutto il mondo dell’Opera di Maria Valtorta.
Egli, nel 1995, ha scritto e pubblicato un suo volumetto di neanche un duecento pagine che è prezioso per chiunque intende cimentarsi – capendone qualcosa di più – in uno studio un po’ attento e analitico dei quattro vangeli.
Il volumetto si intitola ‘Sinossi valtortiana dei quattro vangeli’ e l’autore spiega che questa Sinossi è detta ‘valtortiana’ perché dispone i brani comparati dei quattro vangeli sulla traccia dell’Opera di Maria Valtorta: cioè ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.
Ebbene, sarà agevole rilevare come sia le discrepanze cronologiche dei vari vangeli circa la collocazione temporale di certi episodi sia le discrepanze attinenti episodi presentati con versioni apparentemente contrastanti, trovino nell’opera della Valtorta la loro più logica e anche convincente collocazione e spiegazione.
Quando poi certe frasi ed episodi un poco oscuri o dall’interpretazione incerta dei vangeli ‘ufficiali’ ce li andiamo a rivedere alla luce del ‘vangelo’ valtortiano, ci accorgiamo che cambia spesso – in meglio - la prospettiva e che anzi il loro significato si illumina a giorno.
Episodi e frasi del Vangelo acquistano un significato talmente completo, che – avutane la spiegazione nella visione valtortiana – riuscirebbe ben difficile a quel punto tornare indietro, come se niente fosse, accontentandosi di altre cervellotiche supposizioni che non potrebbero più a quel punto soddisfare intellettualmente la nostra mente e spiritualmente il nostro cuore.
Infine, a proposito della differenza di stile letterario e di sapienza fra i ‘testi’ dei discorsi di Gesù nei vangeli ed i testi quali invece appaiono in certi episodi sfolgoranti visti in visione dalla Valtorta (e ciò si vede con particolare evidenza sia nel discorso della Montagna di Matteo che nei discorsi ‘straordinari’ che il Gesù valtortiano pronuncia negli altri tre nostri volumi di commento al Vangelo di Giovanni, dove il Gesù-Dio appare là veramente nella sua fulgida luce e sapienza, mentre nei vangeli dei tre sinottici ritroviamo di più il Gesù-Uomo) Gesù (Quaderni 1945/1950) le dice ancora:
30 - 9 - 47.
Dice Gesù mentre io correggo pagine dattiloscritte e ammiro la bellezza stilistica di esse:
«Vedi, Maria. Se lo ti avessi dato soltanto belle pagine, letterariamente parlando, non ti avrei dato nulla. Nulla di utile, nulla di vero valore. Una musica ti avrei dato. E anche una di quelle musiche vuote, leggere, che accarezzano soltanto l'udito ma non stimolano in chi le ascolta pensieri eletti. Perché vi è della musica che è preghiera, che è lezione, che è elevazione a contemplazioni nel soprannaturale, musica nelle cui note veramente vibra e traspare non tanto il genio dell'uomo ma la potenza di Dio Creatore dell'uomo.
Il genio dell'uomo non è che il mezzo per testimoniare la potenza di Dio che lo ha creato con intelligenza e ragione, oltreché con spirito e con carne e sangue. Il genio dell'uomo non è che la risposta data ai sostenitori di teorie evoluzionistiche secondo le quali l'uomo attuale non è che la bestia evolutasi in un lento ascendere dalla brutalità alla umanità.
Il genio dell'uomo non è che la risposta data ai negatori della Creazione, e perciò di Dio Creatore, agli eretici che sostengono l'autogenesi dell'Universo.
Il genio dell'uomo non è che la risposta data agli atei.
Il genio dell'uomo è la confessione che Dio è e che tutto è perché Egli lo vuole: luce, vita, elementi, intelletto, tutto.
Ma Io parlo delle musiche vuote.
A queste paragonerei le mie pagine se fossero solo armonia di parole e perfezione stilistica.
Ma in esse è la Sapienza. La mia Sapienza. E’ la Verità, la mia Verità. In esse è la Carità, la mia Carità. E’ Dio perciò. Ecco perché esse hanno valore. E guai a chi non cerca e non trova in esse questo loro vero valore!
So l'obbiezione di molti: "Gesù parlava semplicemente".
Nelle parabole parlavo semplicemente perché mi rivolgevo a turbe di popolani.
Ma quando parlavo a menti colte, israelitiche o romane e greche, parlavo come più alla Sapienza perfetta si conveniva.
Le mie parole, poi, nelle versioni degli evangelisti, dei quali due soli furono apostoli - e se ben si osserva sono i due Vangeli più rispecchianti Me, perché quello di Luca, stilisticamente buono, può dirsi più il Vangelo di mia Madre e della mia Infanzia, delle quali narra diffusamente particolari che gli altri non narrano, che non Vangelo della mia vita pubblica, essendo più eco degli altri che luce nuova come è quello di Giovanni, il perfetto evangelista della Luce che è il Cristo Dio-Uomo - le versioni, dicevo, delle mie parole, dagli evangelisti furono molto ridotte, sino ad essere ridotte scheletriche: più un accenno che una versione. Cosa che le priva della forma stilistica che Io avevo dato ad esse.
Il Maestro è in Matteo (vedere discorso della Montagna, le istruzioni agli apostoli, l'elogio al Battista e il resto di questo capitolo, il primo episodio del 15' capitolo e il segno del Cielo, e il divorzio, 19' cap., e i tre cap. 22-23-24).
Il Maestro è soprattutto nel luminoso Vangelo di Giovanni, l'apostolo innamorato, fuso nella carità al suo Cristo-Luce.
Confrontate quanto disvela della potenza del Cristo oratore questo Vangelo con quanto ne disvela la esiguità essenziale del Vangelo di Marco, esatto negli episodi sentiti da Pietro, ma ridotto ad un minimo, e vedrete se Io, il Verbo, usavo solo uno stile molto umile o se non sfolgorava sovente in Me la potenza della perfetta Parola. Sì, in Giovanni Essa brilla, per quanto molto ridotta in pochi episodi.
Ora se al piccolo Giovanni Io ho voluto dare un aumento di conoscenza di Me e del mio insegnamento, perché dovrebbe questo farvi increduli e duri?
Aprite, aprite intelletto e cuore, e beneditemi per quanto vi ho dato.»
♦
Dai Vangeli di Matteo, Marco e Luca – molto più che da quello di Giovanni che si sarebbe successivamente soffermato soprattutto su episodi evangelici, non toccati o non sufficientemente approfonditi dagli altri evangelisti, nei quali Gesù aveva affrontato alcuni grandi temi teologici – emerge anche una moltiplicità di piccoli episodi di vita.
Ma che dire allora delle innumerevoli peregrinazioni da un villaggio all’altro del gruppo apostolico, di tutti gli episodi e miracoli che emergono dai 649 capitoli dell’Opera valtortiana e di cui in seguito non ne citeremo qui che una minima parte?
A questo riguardo - riferendosi a quelli che Egli chiama spesso ‘dottori difficili’, se non anche ‘dottori del cavillo’, e che io preferisco anche tradurre con ‘critici razionalisti’ – il Gesù della Valtorta (Clicca x AUDIO • Quaderni del 20 agosto 1944 • ) le diceva:
20 agosto.
Dice Gesù:
« Quando Io ti svelo episodi sconosciuti della mia vita pubblica, sento già il coro dei dottori difficili dire: " Ma questo fatto non è nominato nei Vangeli. Come può dire costei: 'Io ho visto questo'? ".
A costoro rispondo con parole dei Vangeli.
"E Gesù andava per tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e sanando tutti i languori e le malattie " dice Matteo.
E ancora: "Andate a riferire a Giovanni ciò che vedete e udite: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella".
E ancora: " Guai a te, Corazaim, guai a te, Betsaida, ché, se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli fatti in mezzo a voi, già da gran tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza... E tu, Cafarnao, sarai forse esaltata fino al cielo? Tu scenderai sino all'inferno, ché, se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli operati in te, forse sussisterebbe ancora " .
E Marco: "... e lo seguì molta folla dalla Galilea, dalla Giudea, da Gerusalemme, dall'Idumea e d'oltre Giordano. Anche nelle vicinanze di Tiro e di Sidone molta gente, udite le cose che faceva, venne a Lui... ".
E Luca: " Gesù andava per città e villaggi predicando e annunciando la buona novella e il Regno di Dio, e con Lui erano i dodici e alcune donne che erano state liberate da spiriti maligni e da infermità ".
E il mio Giovanni: " Dopo questo, Gesù andò al di là del mare di Galilea e lo seguiva gran folla perché vedeva i prodigi da Lui operati sugli infermi".
E poiché Giovanni fu presente a tutti i prodigi, quale che ne fosse la loro natura, che Io ho compiuto in tre anni, il prediletto mi dà questa testimonianza illimitata: "Questo è quel discepolo che ha visto tali cose e le ha scritte. Sappiamo che la sua testimonianza è vera. Ci sono poi altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte ad una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere ".
E allora? Che dicono ora i dottori del cavillo?
Se la mia bontà, per sollevare una mia amante che porta la mia croce per voi - me l'ha tolta dalle spalle e se l'è imposta perché mi ama al punto di voler morire ma di non sapermi afflitto - se la mia bontà, per svegliarvi dal letargo in cui morite, rende noti episodi del suo ministero, vorreste farne ad essa bontà un rimprovero?
Veramente che non lo meritate questo dono e questo sforzo del vostro Salvatore per trarvi dal miasma in cui asfissiate. Ma, poi che ve lo dono, accettatelo e sorgete.
Sono note nuove nel coro che cantano i miei Vangeli. Almeno servissero a ridestarvi l'attenzione che ormai è e resta inerte davanti ai noti episodi dei Vangeli che, oltre tutto, leggete così male e con l'animo assente.
Non vorrete già pensare che in tre anni Io abbia fatto i pochi miracoli narrati? Non vorrete pensare che siano state le poche donne nominate quelle guarite, né i pochi prodigi nominati i soli compiuti.
Ma se l'ombra di Pietro serviva a sanare, che avrà fatto la mia ombra? Che il mio alito? Che il mio sguardo? Ricordatevi l'emorroissa: " Se riesco a sfiorare il lembo della sua veste io sono guarita ". E fu così .
Potenza di miracolo emanava da Me, continuamente. Ero venuto per portare a Dio e per aprire le dighe dell'Amore, chiuse dal giorno del peccato. Secoli di amore si espandevano come flutti sul piccolo mondo di Palestina. Tutto l'amore di Dio per l'uomo che finalmente poteva espandersi come anelava per redimere gli uomini prima con l'Amore che col Sangue.
Mi dite forse: "Ma perché a costei che è tanto miserabile cosa?".
Vi risponderò quando costei, che voi sprezzate e che lo amo, sarà meno sfinita.
Meritereste il silenzio che ho avuto per Erode". Ma è il mio tentativo di redimervi, voi che l'orgoglio rende i più difficili a persuadere. »
1.2 Perché Matteo
Bene! Mi sembra che le considerazioni preliminari svolte prima nella nostra Introduzione e poi in questo primo capitolo abbiano gettato le basi per poter meglio comprendere il significato di quello che leggeremo nei prossimi tre volumi.
Ora però si pone ancora un problema al quale all’inizio avevamo appena accennato.
Posto che i tre vangeli son chiamati ‘sinottici’, cioè somiglianti fra loro nella distribuzione e narrazione dei fatti, e che quindi non avrebbe qui senso commentare in ognuno dei vangeli episodi analoghi a quelli già commentati negli altri due, quale dei tre vangeli prendere come filo conduttore del nostro commento, sia pur integrandolo – ove necessario – con i brani degli altri due?
Io, per conto mio, una idea ce l’avrei già: Matteo!
Ora però si pone ancora un problema al quale all’inizio avevamo appena accennato.
Posto che i tre vangeli son chiamati ‘sinottici’, cioè somiglianti fra loro nella distribuzione e narrazione dei fatti, e che quindi non avrebbe qui senso commentare in ognuno dei vangeli episodi analoghi a quelli già commentati negli altri due, quale dei tre vangeli prendere come filo conduttore del nostro commento, sia pur integrandolo – ove necessario – con i brani degli altri due?
Io, per conto mio, una idea ce l’avrei già: Matteo!
Perché?
Primo, perché è stato il ‘primo’ evangelista in assoluto e può accampare quindi un diritto di ‘primogenitura’.
Secondo perché è stato un apostolo, e questo rafforza il suo diritto.
Terzo, perché in quanto apostolo è stato un testimone diretto e quindi – senza voler nulla togliere agli altri – per certi episodi narrati mi fido di più di quel che egli ha visto con i propri occhi e non sentito raccontare da altri.
Quarto, perché - avendo egli scritto prima degli altri due – gli altri lo hanno in qualche modo ‘copiato’ nella strutturazione e organizzazione del racconto, sia pur nei loro testi arricchito da altre testimonianze come quelle di Pietro, per il Vangelo di Marco, e della Madonna, per quanto concerne quello di Luca.
Quarto, perché - avendo egli scritto prima degli altri due – gli altri lo hanno in qualche modo ‘copiato’ nella strutturazione e organizzazione del racconto, sia pur nei loro testi arricchito da altre testimonianze come quelle di Pietro, per il Vangelo di Marco, e della Madonna, per quanto concerne quello di Luca.
Quinto, perché ha scritto un vangelo più lungo e quindi ha detto di più.
Sesto, perché è stato un gran peccatore e quindi mi assomiglia.
Settimo, perché mi fa tenerezza…
Settimo, perché mi fa tenerezza…
Guardate infatti qui come - nella Valtorta – si vede che si è lasciato convertire da Gesù, da bravo, senza colpo ferire, quando è ‘suonata’ la sua ora….
97. La chiamata di Matteo.
4 febbraio 1945.
(…)
Quasi subito dopo vedo questo.
Ancora la piazza del mercato di Cafarnao. Ma in un'ora più calda, in cui il mercato è già finito e sulla piazza sono solo degli sfaccendati che parlano e dei bambini che giuocano.
Gesù, in mezzo al suo gruppo, viene dal lago verso la piazza, carezzando bambini che gli corrono incontro e interessandosi alle loro confidenze.
Una bambina mostra un grande sgrafflo sanguinante sulla fronte e accusa il fratellino di averglielo fatto.
«Perché hai fatto male alla sorella? Non sta bene».
«Non l'ho fatto apposta. Volevo cogliere quei fichi e ho preso un bastone. Ma era troppo pesante e mi è cascato addosso a lei... Li coglievo anche per lei».
«È vero, Giovanna?».
«È vero ».
«Vedi allora che tuo fratello non ti ha voluto fare del male. Voleva anzi darti una gioia. Perciò ora fate subito pace e vi date un bacio. I buoni fratellini, e anche i buoni bambini, non devono conoscere mai il rancore. Su... ».
I due bambini piangenti si baciano. Piangono tutti e due: una per il dolore dello sgraffio, l'altro per il dolore di aver dato dolore.
Gesù sorride davanti a quel bacio condito di lacrimoni.
«Oh! ecco! Ora, perché vedo che siete buoni, i fichi ve li raccolgo lo. E senza bastone ».
Sfido io! Alto come è, e col braccio così lungo, arriva senza fatica a farlo. Coglie e distribuisce.
Accorre una donna: « Prendi, prendi, Maestro. Ora ti porto del pane».
«No. Non è per Me. È per Giovanna e Tobiolo. Ne avevano voglia».
«E avete disturbato il Maestro per questo? Oh! che indiscreti! Perdona, Signore».
«Donna, c'era da fare una pace... e l'ho fatta con l'oggetto stesso della guerra: i fichi. Ma i bambini non sono mai indiscreti. A loro piacciono i dolci fichi e a Me... piacciono le loro dolci anime innocenti. Mi levano tanto amaro... ».
« Maestro... sono i signori quelli che non ti amano. Ma noi, popolo, ti vogliamo bene. E loro sono pochi, mentre noi siamo tanti... ».
«Lo so, donna. Grazie del tuo conforto. La pace sia con te. Addio, Giovanna! Addio, Tobiolo! Siate buoni. Senza farvi del male e senza volervi del male. Non è vero? ».
«Sì, sì, Gesù», rispondono i due bambinelli.
Gesù si incammina e dice sorridendo: «Oh! ora che con l'aiuto dei fichi si è messo sereno dove erano nubi, andiamo a... Dove dite che andiamo?».
(…)
Quasi subito dopo vedo questo.
Ancora la piazza del mercato di Cafarnao. Ma in un'ora più calda, in cui il mercato è già finito e sulla piazza sono solo degli sfaccendati che parlano e dei bambini che giuocano.
Gesù, in mezzo al suo gruppo, viene dal lago verso la piazza, carezzando bambini che gli corrono incontro e interessandosi alle loro confidenze.
Una bambina mostra un grande sgrafflo sanguinante sulla fronte e accusa il fratellino di averglielo fatto.
«Perché hai fatto male alla sorella? Non sta bene».
«Non l'ho fatto apposta. Volevo cogliere quei fichi e ho preso un bastone. Ma era troppo pesante e mi è cascato addosso a lei... Li coglievo anche per lei».
«È vero, Giovanna?».
«È vero ».
«Vedi allora che tuo fratello non ti ha voluto fare del male. Voleva anzi darti una gioia. Perciò ora fate subito pace e vi date un bacio. I buoni fratellini, e anche i buoni bambini, non devono conoscere mai il rancore. Su... ».
I due bambini piangenti si baciano. Piangono tutti e due: una per il dolore dello sgraffio, l'altro per il dolore di aver dato dolore.
Gesù sorride davanti a quel bacio condito di lacrimoni.
«Oh! ecco! Ora, perché vedo che siete buoni, i fichi ve li raccolgo lo. E senza bastone ».
Sfido io! Alto come è, e col braccio così lungo, arriva senza fatica a farlo. Coglie e distribuisce.
Accorre una donna: « Prendi, prendi, Maestro. Ora ti porto del pane».
«No. Non è per Me. È per Giovanna e Tobiolo. Ne avevano voglia».
«E avete disturbato il Maestro per questo? Oh! che indiscreti! Perdona, Signore».
«Donna, c'era da fare una pace... e l'ho fatta con l'oggetto stesso della guerra: i fichi. Ma i bambini non sono mai indiscreti. A loro piacciono i dolci fichi e a Me... piacciono le loro dolci anime innocenti. Mi levano tanto amaro... ».
« Maestro... sono i signori quelli che non ti amano. Ma noi, popolo, ti vogliamo bene. E loro sono pochi, mentre noi siamo tanti... ».
«Lo so, donna. Grazie del tuo conforto. La pace sia con te. Addio, Giovanna! Addio, Tobiolo! Siate buoni. Senza farvi del male e senza volervi del male. Non è vero? ».
«Sì, sì, Gesù», rispondono i due bambinelli.
Gesù si incammina e dice sorridendo: «Oh! ora che con l'aiuto dei fichi si è messo sereno dove erano nubi, andiamo a... Dove dite che andiamo?».
Gli apostoli non sanno. Chi dice un luogo, chi l'altro. Ma Gesù scrolla sempre il capo e ride.
Pietro dice: «lo rinuncio. A meno che Tu non lo dica... Ho delle idee nere, oggi. Tu non lo hai visto. Ma quando sbarcavamo c'era Eli, il fariseo. Più verde del solito! E ci guardava in un modo! ».
«Lascialo guardare».
«Eh! per forza. Ma ti assicuro, Maestro, che per far pace con quello lì non bastano due fichi! ».
«Cosa ho detto alla mamma di Tobiolo? " Ho fatta pace con lo stesso oggetto della guerra ". E così cercherò di fare pace riverendo, posto che secondo loro li ho offesi, i notabili di Cafarnao. Così anche qualcun'altro sarà contento».
« Chi? ».
Gesù non risponde alla domanda e continua: «Non riuscirò, probabilmente, perché manca la volontà, in loro, di fare pace. Ma udite: se in tutte le contese il più prudente sapesse cedere e, in luogo di accanirsi a voler ragione, conciliasse, magari spartendo a metà quello che, anche voglio ammettere, fosse suo di diritto, sarebbe sempre meglio e più santo. Non sempre uno nuoce col partito preso di nuocere. Delle volte fa male senza volere. Pensate sempre questo e perdonate. Eli e gli altri credono di servire Dio con giustizia agendo come fanno. Con pazienza e costanza, e tanta umiltà e buona grazia, cercherò di farli persuasi che un nuovo tempo è venuto e che Dio, ora, vuole essere servito a seconda che lo insegno. La furbizia dell'apostolo è la buona grazia, l'arma la costanza, la riuscita l'esempio e la preghiera per i convertendi ».
Sono giunti sulla piazza. Gesù va diritto verso il banco delle gabelle, dove Matteo sta tirando i suoi conti e verificando le monete, che suddivide per categorie, mettendole in sacchetti di diverso colore e collocandoli in un forziere di ferro, che due servi attendono di trasportare altrove.
Appena l'ombra gettata dall'alto corpo di Gesù si allunga sul banco, Matteo alza il capo per vedere chi è il ritardatario pagatore. Pietro, intanto, dice, tirando Gesù per una manica: «Non c'è nulla da pagare, Maestro. Che fai?».
Ma Gesù non gli dà retta. Guarda fisso Matteo, che si è subito alzato in piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non è lo sguardo del giudice severo dell'altra volta. È uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire...
« Matteo, figlio di Alfeo, l'ora è suonata. Vieni. Seguimi! » impone Gesù, maestosamente.
« Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me lo dico... ».
« Vieni. Seguimi, Matteo, figlio d'Alfeo » ripete più dolce.
« Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? lo... lo...»
« Matteo, figlio di Alfeo, lo ti ho letto il cuore. Vieni, seguimi ».
Il terzo invito è una carezza.
« Oh! subito, mio Signore! » , e Matteo, piangente, esce da dietro il banco, senza neppur occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di chiudere il cofano. Nulla.
«Dove andiamo, Signore?» chiede quando è presso a Gesù. « Dove mi porti?».
«A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio dell'uomo?».
«Oh!... ma... ma che diranno quelli che ti odiano? ».
«Io ascolto quel che si dice in Cielo, e là si dice: "Gloria a Dio per un peccatore che si salva! ", e il Padre dice: " In eterno la Misericordia si alzerà nei Cieli e si librerà sulla terra e, poiché di un eterno amore, di un perfetto amore lo ti amo, ecco che anche a te uso misericordia ". Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la casa ».
« Già purificata l'ho, per una speranza che avevo nell'anima mia... ma che la ragione non poteva credere che fosse vera... Oh! io coi tuoi santi...» , e guarda i discepoli.
« Sì. Coi miei amici. Venite. Vi unisco. E siate fratelli».
I discepoli sono talmente stupefatti che non hanno ancor trovato modo di dir parola. Hanno camminato in gruppo dietro a Gesù e Matteo nella piazza tutta sole, e ormai assolutamente vuota di popolo, per un breve tratto di strada che arde in un sole abbacinante. Non c'è un vivente per le strade. Solo il sole e la polvere.
Entrano in casa. Una bella casa dal largo portone che si apre sulla via. Un bell'atrio ombroso e fresco, oltre il quale si vede un ampio cortile messo a giardino.
« Entra, Maestro mio! Portate acqua e bevande ».
I servi accorrono col richiesto. Matteo esce a dare ordini, mentre Gesù e i suoi si rinfrescano. Poi torna.
« Ora vieni, Maestro. La sala è più fresca... Ora verranno amici... Oh! voglio sia fatta gran festa! È la mia rigenerazione... È la mia... è la mia circoncisione vera, questa... Tu mi hai circonciso il cuore col tuo amore... Maestro, sarà l'ultima festa... Ora non più feste per il pubblicano Matteo. Non più feste di questo mondo... Solo la festa interna dell'essere redento e di servire Te... di essere amato da Te... Quanto ho pianto... Quanto, in questi mesi... Sono quasi tre mesi che piango... Non sapevo come fare... volevo venire... Ma come venire da Te, Santo, con la mia anima sporca?…».
« Tu la lavavi col pentimento e con la carità. Per Me e per il prossimo. Pietro? Vieni qui ».
Pietro, che ancora non ha parlato tanto è sbalordito, viene avanti.
I due uomini, ugualmente anziani, bassotti, tarchiati, sono di fronte, e Gesù è fra l'uno e l'altro, sorridente, bello.
« Pietro, tu mi hai chiesto tante volte chi era lo sconosciuto della borsa portata da Giacomo. Eccolo, lo hai di fronte ,.
«Chi? Questo lad... Oh! perdona, Matteo! Ma chi lo poteva pensare che eri tu? e che proprio tu, nostra disperazione per la tua usura, fossi capace di strapparti tutte le settimane un pezzo di cuore dando quel ricco obolo? ».
« Lo so. Vi ho ingiustamente tassati. Ma ecco, io mi inginocchio davanti a voi tutti e vi dico: non mi cacciate! Egli mi ha accolto. Non siate da più di Lui nella severità ».
Pietro, che si trova ai piedi Matteo, lo alza di colpo, di peso, rudemente e affettuosamente: « Su, su. Non a me né agli altri. A Lui chiedi perdono. Noi... va' là, su per giù siamo tutti ladri come te... Oh! l'ho detto! Maledetta lingua! Ma sono fatto così: quel che penso dico, quel che ho in cuore ho sul labbro. Vieni, che facciamo patto di pace e di amore» e bacia sulle guance Matteo.
Anche gli altri lo fanno, più o meno affettuosamente. Dico così perché Andrea è sostenuto, per la sua timidezza, e Giuda Iscariota è gelido. Pare che abbracci un fascio di rettili, tanto il suo abbraccio è scostante e breve.
Matteo esce, sentendo rumore.
« Però, Maestro » dice Giuda Iscariota «mi pare che ciò non sia prudente. Già ti accusano i farisei di qui, e Tu... Un pubblicano fra i tuoi! Un pubblicano dopo una meretrice!... Hai deciso di rovinarti? Se così è, dillo che...».
« Che noi ce la filiamo, vero? , termina Pietro ironico.
« E chi parla con te?».
«Lo so che tu non parli con me, ma io, invece, parlo con la tua signora anima, con la tua purissima anima, con la tua sapiente anima. Lo so che tu, membro del Tempio, senti fetore di peccato in noi, poveri, che del Tempio non siamo. Lo so che tu, completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo ed erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno - ne vuoi altre di nobili parole? - ti senti male fra noi, come uno splendido agone capitato in una rete piena di ghiozzi. Ma che ci vuoi fare? Egli ci ha presi e noi... ci restiamo. Se ti senti male... va' via tu. Respireremo meglio tutti. Anche Lui, che, lo vedi?, è sdegnato per me e per te. Per me perché manco di pazienza e anche... sì, anche di carità, ma più con te che non capisci nulla, con tutta la tua tela di nobili attributi, e che non hai carità, non umiltà, non rispetto.
Pietro dice: «lo rinuncio. A meno che Tu non lo dica... Ho delle idee nere, oggi. Tu non lo hai visto. Ma quando sbarcavamo c'era Eli, il fariseo. Più verde del solito! E ci guardava in un modo! ».
«Lascialo guardare».
«Eh! per forza. Ma ti assicuro, Maestro, che per far pace con quello lì non bastano due fichi! ».
«Cosa ho detto alla mamma di Tobiolo? " Ho fatta pace con lo stesso oggetto della guerra ". E così cercherò di fare pace riverendo, posto che secondo loro li ho offesi, i notabili di Cafarnao. Così anche qualcun'altro sarà contento».
« Chi? ».
Gesù non risponde alla domanda e continua: «Non riuscirò, probabilmente, perché manca la volontà, in loro, di fare pace. Ma udite: se in tutte le contese il più prudente sapesse cedere e, in luogo di accanirsi a voler ragione, conciliasse, magari spartendo a metà quello che, anche voglio ammettere, fosse suo di diritto, sarebbe sempre meglio e più santo. Non sempre uno nuoce col partito preso di nuocere. Delle volte fa male senza volere. Pensate sempre questo e perdonate. Eli e gli altri credono di servire Dio con giustizia agendo come fanno. Con pazienza e costanza, e tanta umiltà e buona grazia, cercherò di farli persuasi che un nuovo tempo è venuto e che Dio, ora, vuole essere servito a seconda che lo insegno. La furbizia dell'apostolo è la buona grazia, l'arma la costanza, la riuscita l'esempio e la preghiera per i convertendi ».
Sono giunti sulla piazza. Gesù va diritto verso il banco delle gabelle, dove Matteo sta tirando i suoi conti e verificando le monete, che suddivide per categorie, mettendole in sacchetti di diverso colore e collocandoli in un forziere di ferro, che due servi attendono di trasportare altrove.
Appena l'ombra gettata dall'alto corpo di Gesù si allunga sul banco, Matteo alza il capo per vedere chi è il ritardatario pagatore. Pietro, intanto, dice, tirando Gesù per una manica: «Non c'è nulla da pagare, Maestro. Che fai?».
Ma Gesù non gli dà retta. Guarda fisso Matteo, che si è subito alzato in piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non è lo sguardo del giudice severo dell'altra volta. È uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire...
« Matteo, figlio di Alfeo, l'ora è suonata. Vieni. Seguimi! » impone Gesù, maestosamente.
« Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me lo dico... ».
« Vieni. Seguimi, Matteo, figlio d'Alfeo » ripete più dolce.
« Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? lo... lo...»
« Matteo, figlio di Alfeo, lo ti ho letto il cuore. Vieni, seguimi ».
Il terzo invito è una carezza.
« Oh! subito, mio Signore! » , e Matteo, piangente, esce da dietro il banco, senza neppur occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di chiudere il cofano. Nulla.
«Dove andiamo, Signore?» chiede quando è presso a Gesù. « Dove mi porti?».
«A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio dell'uomo?».
«Oh!... ma... ma che diranno quelli che ti odiano? ».
«Io ascolto quel che si dice in Cielo, e là si dice: "Gloria a Dio per un peccatore che si salva! ", e il Padre dice: " In eterno la Misericordia si alzerà nei Cieli e si librerà sulla terra e, poiché di un eterno amore, di un perfetto amore lo ti amo, ecco che anche a te uso misericordia ". Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la casa ».
« Già purificata l'ho, per una speranza che avevo nell'anima mia... ma che la ragione non poteva credere che fosse vera... Oh! io coi tuoi santi...» , e guarda i discepoli.
« Sì. Coi miei amici. Venite. Vi unisco. E siate fratelli».
I discepoli sono talmente stupefatti che non hanno ancor trovato modo di dir parola. Hanno camminato in gruppo dietro a Gesù e Matteo nella piazza tutta sole, e ormai assolutamente vuota di popolo, per un breve tratto di strada che arde in un sole abbacinante. Non c'è un vivente per le strade. Solo il sole e la polvere.
Entrano in casa. Una bella casa dal largo portone che si apre sulla via. Un bell'atrio ombroso e fresco, oltre il quale si vede un ampio cortile messo a giardino.
« Entra, Maestro mio! Portate acqua e bevande ».
I servi accorrono col richiesto. Matteo esce a dare ordini, mentre Gesù e i suoi si rinfrescano. Poi torna.
« Ora vieni, Maestro. La sala è più fresca... Ora verranno amici... Oh! voglio sia fatta gran festa! È la mia rigenerazione... È la mia... è la mia circoncisione vera, questa... Tu mi hai circonciso il cuore col tuo amore... Maestro, sarà l'ultima festa... Ora non più feste per il pubblicano Matteo. Non più feste di questo mondo... Solo la festa interna dell'essere redento e di servire Te... di essere amato da Te... Quanto ho pianto... Quanto, in questi mesi... Sono quasi tre mesi che piango... Non sapevo come fare... volevo venire... Ma come venire da Te, Santo, con la mia anima sporca?…».
« Tu la lavavi col pentimento e con la carità. Per Me e per il prossimo. Pietro? Vieni qui ».
Pietro, che ancora non ha parlato tanto è sbalordito, viene avanti.
I due uomini, ugualmente anziani, bassotti, tarchiati, sono di fronte, e Gesù è fra l'uno e l'altro, sorridente, bello.
« Pietro, tu mi hai chiesto tante volte chi era lo sconosciuto della borsa portata da Giacomo. Eccolo, lo hai di fronte ,.
«Chi? Questo lad... Oh! perdona, Matteo! Ma chi lo poteva pensare che eri tu? e che proprio tu, nostra disperazione per la tua usura, fossi capace di strapparti tutte le settimane un pezzo di cuore dando quel ricco obolo? ».
« Lo so. Vi ho ingiustamente tassati. Ma ecco, io mi inginocchio davanti a voi tutti e vi dico: non mi cacciate! Egli mi ha accolto. Non siate da più di Lui nella severità ».
Pietro, che si trova ai piedi Matteo, lo alza di colpo, di peso, rudemente e affettuosamente: « Su, su. Non a me né agli altri. A Lui chiedi perdono. Noi... va' là, su per giù siamo tutti ladri come te... Oh! l'ho detto! Maledetta lingua! Ma sono fatto così: quel che penso dico, quel che ho in cuore ho sul labbro. Vieni, che facciamo patto di pace e di amore» e bacia sulle guance Matteo.
Anche gli altri lo fanno, più o meno affettuosamente. Dico così perché Andrea è sostenuto, per la sua timidezza, e Giuda Iscariota è gelido. Pare che abbracci un fascio di rettili, tanto il suo abbraccio è scostante e breve.
Matteo esce, sentendo rumore.
« Però, Maestro » dice Giuda Iscariota «mi pare che ciò non sia prudente. Già ti accusano i farisei di qui, e Tu... Un pubblicano fra i tuoi! Un pubblicano dopo una meretrice!... Hai deciso di rovinarti? Se così è, dillo che...».
« Che noi ce la filiamo, vero? , termina Pietro ironico.
« E chi parla con te?».
«Lo so che tu non parli con me, ma io, invece, parlo con la tua signora anima, con la tua purissima anima, con la tua sapiente anima. Lo so che tu, membro del Tempio, senti fetore di peccato in noi, poveri, che del Tempio non siamo. Lo so che tu, completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo ed erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno - ne vuoi altre di nobili parole? - ti senti male fra noi, come uno splendido agone capitato in una rete piena di ghiozzi. Ma che ci vuoi fare? Egli ci ha presi e noi... ci restiamo. Se ti senti male... va' via tu. Respireremo meglio tutti. Anche Lui, che, lo vedi?, è sdegnato per me e per te. Per me perché manco di pazienza e anche... sì, anche di carità, ma più con te che non capisci nulla, con tutta la tua tela di nobili attributi, e che non hai carità, non umiltà, non rispetto.
Nulla hai, ragazzo. Ma solo un gran fumo... e voglia Dio sia fumo innocuo ».
Gesù ha lasciato che Pietro parlasse rimanendo ritto, severo, con le braccia conserte, la bocca ben serrata e gli occhi... poco raccomandabili.
Alla fine dice: « Hai detto tutto, Pietro? Anche tu hai purificato il tuo cuore dal lievito che c'era dentro? Bene hai fatto. Oggi è Pasqua d'Azzimi per un figlio di Abramo. La chiamata del Cristo è come il sangue dell'agnello sulle vostre anime, e dove essa è non scenderà più la colpa. Non scenderà se colui che la riceve ad essa è fedele. Liberazione è la mia chiamata e va festeggiata senza lieviti di sorta
A Giuda non una parola. Pietro tace mortificato.
« L'ospite torna» dice Gesù. « È con degli amici. Non mostriamo ad essi altro che virtù. Chi non riesce a tanto esca. Non siate pari a farisei, che opprimono con comandi che loro per primi non osservano ».
Gesù ha lasciato che Pietro parlasse rimanendo ritto, severo, con le braccia conserte, la bocca ben serrata e gli occhi... poco raccomandabili.
Alla fine dice: « Hai detto tutto, Pietro? Anche tu hai purificato il tuo cuore dal lievito che c'era dentro? Bene hai fatto. Oggi è Pasqua d'Azzimi per un figlio di Abramo. La chiamata del Cristo è come il sangue dell'agnello sulle vostre anime, e dove essa è non scenderà più la colpa. Non scenderà se colui che la riceve ad essa è fedele. Liberazione è la mia chiamata e va festeggiata senza lieviti di sorta
A Giuda non una parola. Pietro tace mortificato.
« L'ospite torna» dice Gesù. « È con degli amici. Non mostriamo ad essi altro che virtù. Chi non riesce a tanto esca. Non siate pari a farisei, che opprimono con comandi che loro per primi non osservano ».
Rientra Matteo con altri uomini, e il convito ha luogo. Gesù è al centro, tra Pietro e Matteo. Parlano di molte cose e Gesù con pazienza spiega a questo e a quello quanto vogliono. Vi sono anche lamenti sui farisei che li sprezzano.
« Ebbene, venite a chi non vi sprezza. E poi agite in modo che i buoni, almeno, non vi possano sprezzare » risponde Gesù.
« Tu sei buono. Ma sei solo! ».
« No. Questi sono come Me, e poi... c'è il Padre Iddio che ama chi si pente e vuole tornare suo amico. E mancasse all'uomo ogni cosa, ma restasse il Padre, non sarebbe già piena la gioia dell'uomo? ».
Il convito è ai dolciumi quando un servo fa un cenno al padrone di casa e gli dice qualche cosa.
« Ebbene, venite a chi non vi sprezza. E poi agite in modo che i buoni, almeno, non vi possano sprezzare » risponde Gesù.
« Tu sei buono. Ma sei solo! ».
« No. Questi sono come Me, e poi... c'è il Padre Iddio che ama chi si pente e vuole tornare suo amico. E mancasse all'uomo ogni cosa, ma restasse il Padre, non sarebbe già piena la gioia dell'uomo? ».
Il convito è ai dolciumi quando un servo fa un cenno al padrone di casa e gli dice qualche cosa.
« Maestro: Eli, Simone e Gioachino chiedono di entrare e parlarti. Li vuoi vedere?».
« Certo ».
« Ma... i miei amici sono pubblicani ».
« Ed essi vengono per vedere proprio questo. Lasciamolo loro vedere. Non servirebbe il nasconderlo. Non servirebbe per il bene, ché il male aumenterebbe l'episodio sino a dire che qui erano anche meretrici. Entrino ».
Entrano i tre farisei, si guardano intorno con un riso cattivo e stanno per parlare.
Ma Gesù, che si è alzato e andato loro incontro insieme a Matteo, li precede. Mette una mano sulla spalla di Matteo e dice: «O veri figli di Israele, Io vi saluto e vi do una grande notizia che certo farà giubilante il vostro cuore di perfetti israeliti, che sospira all'osservanza della Legge da parte di tutti i cuori per dare gloria a Dio. Ecco: Matteo, figlio di Alfeo, da oggi non è più il peccatore, lo scandalo di Cafarnao. Una pecora rognosa di lsraele si è sanata. Giubilate! Dietro a lui altre pecore peccatrici si saneranno e la vostra città, della cui santità tanto vi interessate, diverrà gradita al Signore come santa. Egli lascia tutto per servire Dio. Date il bacio di pace all'israelita sviato che torna nel seno di Abramo ».
«E vi torna coi pubblicani? In gaio convito? Oh! invero che è una conversione propizia! Guarda là, Eli, quello è Giosia, il procacciatone di femmine ».
E quello Simon d'Isacco, l'adultero ,.
E quello? Ecco Azaria, il biscazziere nella cui bisca romani e giudei giuocano, rissano, si ubbriacano e vanno a donne,,.
« Ma, Maestro. Sai almeno chi sono costoro? Lo sapevi?
« Lo sapevo ».
« E voi, allora, voi di Cafarnao, voi discepoli, perché lo avete permesso? Mi fa stupore, Simone di Giona! ».
« E tu, Filippo, noto anche qui, e tu Natanaele! Ma io trasecolo! Tu, vero israelita! Come mai hai permesso che il tuo Maestro mangiasse coi pubblicani e i peccatori? ».
« Ma non c'è dunque più ritegno in Israele ».
I tre sono scandalizzati del tutto.
Gesù dice: «Lasciate in pace i miei discepoli. lo l'ho voluto. Io solo ».
« Eh! già! si capisce. Quando si vuol fare i santi e non lo si è, si cade presto in errori imperdonabili! ».
« E quando si allevano al non rispetto i discepoli - e ancor mi brucia la risata irriverente di costui, giudeo e del Tempio, a me Eli il fariseo! - non si può che esser senza rispetto per la Legge. Si insegna ciò che si sa ».
« Ti sbagli, Eli. Vi sbagliate tutti. Si insegna ciò che si sa. È vero. Ed lo, che so la Legge, la insegno a chi non la sa: ai peccatori, perciò. Voi... vi so già padroni della vostra anima. I peccatori non lo sono. lo ricerco la loro anima, la ridò loro, perché a loro volta me la portino, così come è: malata, ferita, sporca, ed Io la curi e mondi. Sono venuto per questo. Sono i peccatori che hanno bisogno del Salvatore. Ed Io vengo a salvarli. Comprendetemi... e non mi odiate senza ragione ».
Gesù è dolce, persuasivo, umile... Ma i tre sono tre ispidi cardi tutti aculei... ed escono con mosse di disgusto.
« Certo ».
« Ma... i miei amici sono pubblicani ».
« Ed essi vengono per vedere proprio questo. Lasciamolo loro vedere. Non servirebbe il nasconderlo. Non servirebbe per il bene, ché il male aumenterebbe l'episodio sino a dire che qui erano anche meretrici. Entrino ».
Entrano i tre farisei, si guardano intorno con un riso cattivo e stanno per parlare.
Ma Gesù, che si è alzato e andato loro incontro insieme a Matteo, li precede. Mette una mano sulla spalla di Matteo e dice: «O veri figli di Israele, Io vi saluto e vi do una grande notizia che certo farà giubilante il vostro cuore di perfetti israeliti, che sospira all'osservanza della Legge da parte di tutti i cuori per dare gloria a Dio. Ecco: Matteo, figlio di Alfeo, da oggi non è più il peccatore, lo scandalo di Cafarnao. Una pecora rognosa di lsraele si è sanata. Giubilate! Dietro a lui altre pecore peccatrici si saneranno e la vostra città, della cui santità tanto vi interessate, diverrà gradita al Signore come santa. Egli lascia tutto per servire Dio. Date il bacio di pace all'israelita sviato che torna nel seno di Abramo ».
«E vi torna coi pubblicani? In gaio convito? Oh! invero che è una conversione propizia! Guarda là, Eli, quello è Giosia, il procacciatone di femmine ».
E quello Simon d'Isacco, l'adultero ,.
E quello? Ecco Azaria, il biscazziere nella cui bisca romani e giudei giuocano, rissano, si ubbriacano e vanno a donne,,.
« Ma, Maestro. Sai almeno chi sono costoro? Lo sapevi?
« Lo sapevo ».
« E voi, allora, voi di Cafarnao, voi discepoli, perché lo avete permesso? Mi fa stupore, Simone di Giona! ».
« E tu, Filippo, noto anche qui, e tu Natanaele! Ma io trasecolo! Tu, vero israelita! Come mai hai permesso che il tuo Maestro mangiasse coi pubblicani e i peccatori? ».
« Ma non c'è dunque più ritegno in Israele ».
I tre sono scandalizzati del tutto.
Gesù dice: «Lasciate in pace i miei discepoli. lo l'ho voluto. Io solo ».
« Eh! già! si capisce. Quando si vuol fare i santi e non lo si è, si cade presto in errori imperdonabili! ».
« E quando si allevano al non rispetto i discepoli - e ancor mi brucia la risata irriverente di costui, giudeo e del Tempio, a me Eli il fariseo! - non si può che esser senza rispetto per la Legge. Si insegna ciò che si sa ».
« Ti sbagli, Eli. Vi sbagliate tutti. Si insegna ciò che si sa. È vero. Ed lo, che so la Legge, la insegno a chi non la sa: ai peccatori, perciò. Voi... vi so già padroni della vostra anima. I peccatori non lo sono. lo ricerco la loro anima, la ridò loro, perché a loro volta me la portino, così come è: malata, ferita, sporca, ed Io la curi e mondi. Sono venuto per questo. Sono i peccatori che hanno bisogno del Salvatore. Ed Io vengo a salvarli. Comprendetemi... e non mi odiate senza ragione ».
Gesù è dolce, persuasivo, umile... Ma i tre sono tre ispidi cardi tutti aculei... ed escono con mosse di disgusto.
« Sono andati... Ora ci criticheranno dovunque » mormora Giuda Iscariota.
« E lasciali fare! Fa' solo che il Padre non ti abbia a criticare. Non esser mortificato, Matteo, né voi, suoi amici. La coscienza ci dice: " Non fate del male ". Basta così ».
Gesù si risiede al suo posto e tutto ha fine.
« E lasciali fare! Fa' solo che il Padre non ti abbia a criticare. Non esser mortificato, Matteo, né voi, suoi amici. La coscienza ci dice: " Non fate del male ". Basta così ».
Gesù si risiede al suo posto e tutto ha fine.
1.3 Più scheletrico di così…
Me ne rimango a riflettere pensoso… e decido di andare a vedere – nel Vangelo secondo Matteo – come si è ricordato - lui, Matteo - di descrivere quel suo incontro che tanto lo riguarda:
Mt 9, 9-13:
Di lì, essendo andato più oltre, Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco della gabella, e gli disse: «Seguimi».
Ed egli, alzatosi, lo seguì.
E mentre Gesù era a tavola in casa, ecco che molti pubblicani e peccatori vennero a mettersi a tavola con lui e con i suoi discepoli.
I Farisei, veduto ciò, dissero ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?».
Gesù, avendo sentito, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate, dunque, e imparate che cosa significa: ‘Preferisco la misericordia al sacrificio’, perché io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ».
Ed egli, alzatosi, lo seguì.
E mentre Gesù era a tavola in casa, ecco che molti pubblicani e peccatori vennero a mettersi a tavola con lui e con i suoi discepoli.
I Farisei, veduto ciò, dissero ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?».
Gesù, avendo sentito, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate, dunque, e imparate che cosa significa: ‘Preferisco la misericordia al sacrificio’, perché io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ».
Più scarno di così, anzi più scheletrico di così non poteva essere, il buon Matteo.
Mi viene in mente all’improvviso quel che aveva detto più sopra il Gesù della Valtorta circa lo stile dei Vangeli…
Mi viene in mente all’improvviso quel che aveva detto più sopra il Gesù della Valtorta circa lo stile dei Vangeli…
♦
Le mie parole, poi, nelle versioni degli evangelisti, dei quali due soli furono apostoli - e se ben si osserva sono i due Vangeli più rispecchianti Me, perché quello di Luca, stilisticamente buono, può dirsi più il Vangelo di mia Madre e della mia Infanzia, delle quali narra diffusamente particolari che gli altri non narrano, che non Vangelo della mia vita pubblica, essendo più eco degli altri che luce nuova come è quello di Giovanni, il perfetto evangelista della Luce che è il Cristo Dio-Uomo - le versioni, dicevo, delle mie parole, dagli evangelisti furono molto ridotte, sino ad essere ridotte scheletriche: più un accenno che una versione. Cosa che le priva della forma stilistica che Io avevo dato ad esse.
♦
Ragionamoci allora un poco sopra.
Matteo e gli altri evangelisti – come aveva prima fatto osservare il Gesù della Valtorta – hanno riportato, a distanza peraltro di anni, proprio i concetti essenziali, anzi dei concetti scheletrici, e che siano tali ce ne potremo noi stessi rendere conto nel prosieguo della lettura dei vangeli.
Leggendo nei vangeli, episodi e frasi dette da Gesù verrebbe da pensare che le cose fossero avvenute e fossero state dette proprio così.
Ed in effetti avvennero e furono dette così, solo che nei vangeli vengono riportate in versione estremamente sintetica, ne viene detta la ‘sostanza’, senza badare al ‘contorno’.
I vangeli dovevano essere tramandati, divulgati, letti e meditati da popoli di tutte le culture e da classi sociali non certo colte, anzi - a quell’epoca e per molti secoli ancora - per la stragrande maggioranza analfabete.
Sarebbe stato peraltro umanamente difficile riuscire a trascrivere in tempo reale su delle tavolette cerate quei capolavori di Sapienza che dovevano essere stati certi discorsi di Gesù, Uomo-Dio.
Lo Spirito Santo deve però aver pensato che il compito di spiegarne l’essenza sarebbe spettato agli apostoli e sacerdoti della sua Chiesa, essenza che il Consolatore, lo Spirito di Verità – come aveva detto Gesù agli apostoli prima di lasciarli definitivamente - al momento opportuno avrebbe loro illuminato, ricordando loro le cose necessarie.
Non è davvero pensabile – come ha sostenuto qualcuno – che Gesù, nella realtà, parlasse sempre quel linguaggio estremamente ‘semplice’ che si legge nei vangeli.
Non è ragionevole pensare che un Uomo-Dio dovesse imporsi questi ‘limiti’, e cioè un linguaggio sommario solo ad uso degli ‘incolti’, in quanto appartenenti al popolo degli ‘umili’.
Egli era venuto per tutti e parlava per tutti, colti e non colti, alle dotte caste sacerdotali e farisaiche come al popolo minuto, adeguando ad ognuno il linguaggio più consono alla circostanza.
Se il Vangelo dei quattro evangelisti è stato scritto per poter essere più facilmente compreso e tramandato, il ‘vangelo’ dell’opera valtortiana – come spiegato dal suo Gesù in uno splendido dettato di commento finale all’Opera – è invece un insieme di visioni e di discorsi in presa diretta, un dono straordinario di misericordia per i razionalisti moderni che non credono più in niente, figuriamoci in Dio.
Ritornando al brano della propria conversione che Matteo ha riportato nel suo vangelo, c’è da osservare che – indipendentemente dalle esigenze di sintesi imposte dallo ‘stile evangelico’ - Matteo non avrebbe certo potuto riferire i dialoghi fatti in sua assenza che sono invece riportati dalla Valtorta, come quando – allontanatosi Matteo per andare a ricevere i farisei - Giuda ne approfitta per recriminare contro la chiamata di Matteo in seno al gruppo apostolico e Pietro – che aveva diffidato di Giuda sin dall’inizio e nei suoi confronti aveva una antipatia viscerale - ne approfitta per apostrofarlo di brutto, oppure quando Gesù - sentendo che Matteo sta per tornare con gli ospiti – sibila sottovoce di traverso agli apostoli che essi mostrino di non aver altro che virtù, come dire che badino bene a ‘non farsi conoscere’, e di non comportarsi come i farisei che opprimono gli altri con dei comandi che loro stessi, per primi, non osservano…
Quella è una autentica pennellata…!
Erano i primi tempi, e la strada della santità era ancora ben lontana.
E quando Gesù si autoinvita in casa di Matteo che, estatico, non crede quasi a quel che sente e non osa pensare alla prospettiva di passare un po’ di tempo ‘con i suoi santi’… - forse non è un caso che Gesù – quasi con noncuranza – risponda a Matteo rettificando quelle parole troppo generose e precisando subito: ‘Sì. Con i miei amici’.
Gesù era Verità ed Onnisciente e sapeva che – santi – gli apostoli lo sarebbero diventati parecchio tempo dopo, come vedremo bene analizzando il resto del vangelo.
Egli, nel scegliere quegli uomini che impareremo a conoscere meglio, ha voluto far capire a tutti noi che per seguirlo non è necessario essere in partenza ‘santi’ o ‘sapienti’, ma basta un po’ di buona volontà, perché – al resto – ci pensa lui…
Se li avesse scelti già ‘santi’, avremmo detto che sono stati capaci di fare quello che han fatto perché erano santi…
Se li avesse scelti colti e sapienti, avremmo potuto parimenti dire la stessa cosa.
Se li avesse scelti tutti giovani, avremmo obiettato che la vita ‘evangelica’ non sarebbe stata invece roba da uomini ‘fatti’…
E allora li ha presi dal ‘mondo’, e per di più – a parte il giovane Giovanni – peccatori, e anche sposati come Pietro, o moralmente ben collaudati, come il ‘pubblicano’ Matteo, frequentatore di dubbie compagnie.
Matteo – nel suo vangelo - non spiega di che genere fossero quei suoi ‘amici’ a pranzo con Gesù, e che egli – oltre che pubblicani - definisce genericamente ‘peccatori’.
Se già allora era considerato scandalo il solo pranzare con un pubblicano, immaginate – conoscendo la mentalità ebraica e cosa avrebbero potuto dire gli altri ‘benpensanti’ negli anni e secoli a venire – che scandalo se Matteo avesse scritto – come vede e dice invece la Valtorta – che c’erano, a parte l’adultero che ormai non scandalizza più neanche noi, un ‘procacciatore di femmine’, cioè un ‘magnaccio’, nonché un biscazziere tenutario di un locale che diventava all’occorrenza un ricovero compiacente – e ve ne risparmio la traduzione in italiano corrente - per svaghi notturni?
Eppure – si legge più tardi nel Vangelo della Valtorta – molti di quei ‘peccatori’ presenti lì a quel pranzo verranno portati alla conversione proprio da Matteo, come anche farà a sua volta Zaccheo – quell’altro pubblicano che si era arrampicato su un albero per vedere meglio Gesù che passava in mezzo alla folla - con altri pubblicani suoi amici.
Dice dunque bene Gesù quando, garbatamente, replica ai Farisei - che lo contestavano per quelle basse frequentazioni - che Egli era venuto in terra per i peccatori.
E’ un concetto - questo - che viene ripetuto nella parabola della pecorella smarrita, raccontata nei vangeli ma che sulle labbra di Gesù - nell’opera della Valtorta - toccherà più tardi corde di intensa emotività tanto da farci desiderare di essere peccatori, più che santi, pur di guadagnarci così tanto amore da Dio.
A proposito di Matteo e di Zaccheo, mi aveva una volta colpito una affermazione che Maria SS. (‘Quaderni’ - dettato 11.9.50) aveva fatto alla Valtorta: ‘Le più belle conquiste di Gesù furono Matteo, Maria di Magdala, Zaccheo e Disma, ossia dei grandi peccatori. Grandi. Ma che non si gettarono spiritualmente a terra, inerti, dicendo: ‘Tanto sono cattivo’, ma anzi col loro spirito sorsero e corsero verso il Perdono e l’Amore con fiducia’.
Matteo e gli altri evangelisti – come aveva prima fatto osservare il Gesù della Valtorta – hanno riportato, a distanza peraltro di anni, proprio i concetti essenziali, anzi dei concetti scheletrici, e che siano tali ce ne potremo noi stessi rendere conto nel prosieguo della lettura dei vangeli.
Leggendo nei vangeli, episodi e frasi dette da Gesù verrebbe da pensare che le cose fossero avvenute e fossero state dette proprio così.
Ed in effetti avvennero e furono dette così, solo che nei vangeli vengono riportate in versione estremamente sintetica, ne viene detta la ‘sostanza’, senza badare al ‘contorno’.
I vangeli dovevano essere tramandati, divulgati, letti e meditati da popoli di tutte le culture e da classi sociali non certo colte, anzi - a quell’epoca e per molti secoli ancora - per la stragrande maggioranza analfabete.
Sarebbe stato peraltro umanamente difficile riuscire a trascrivere in tempo reale su delle tavolette cerate quei capolavori di Sapienza che dovevano essere stati certi discorsi di Gesù, Uomo-Dio.
Lo Spirito Santo deve però aver pensato che il compito di spiegarne l’essenza sarebbe spettato agli apostoli e sacerdoti della sua Chiesa, essenza che il Consolatore, lo Spirito di Verità – come aveva detto Gesù agli apostoli prima di lasciarli definitivamente - al momento opportuno avrebbe loro illuminato, ricordando loro le cose necessarie.
Non è davvero pensabile – come ha sostenuto qualcuno – che Gesù, nella realtà, parlasse sempre quel linguaggio estremamente ‘semplice’ che si legge nei vangeli.
Non è ragionevole pensare che un Uomo-Dio dovesse imporsi questi ‘limiti’, e cioè un linguaggio sommario solo ad uso degli ‘incolti’, in quanto appartenenti al popolo degli ‘umili’.
Egli era venuto per tutti e parlava per tutti, colti e non colti, alle dotte caste sacerdotali e farisaiche come al popolo minuto, adeguando ad ognuno il linguaggio più consono alla circostanza.
Se il Vangelo dei quattro evangelisti è stato scritto per poter essere più facilmente compreso e tramandato, il ‘vangelo’ dell’opera valtortiana – come spiegato dal suo Gesù in uno splendido dettato di commento finale all’Opera – è invece un insieme di visioni e di discorsi in presa diretta, un dono straordinario di misericordia per i razionalisti moderni che non credono più in niente, figuriamoci in Dio.
Ritornando al brano della propria conversione che Matteo ha riportato nel suo vangelo, c’è da osservare che – indipendentemente dalle esigenze di sintesi imposte dallo ‘stile evangelico’ - Matteo non avrebbe certo potuto riferire i dialoghi fatti in sua assenza che sono invece riportati dalla Valtorta, come quando – allontanatosi Matteo per andare a ricevere i farisei - Giuda ne approfitta per recriminare contro la chiamata di Matteo in seno al gruppo apostolico e Pietro – che aveva diffidato di Giuda sin dall’inizio e nei suoi confronti aveva una antipatia viscerale - ne approfitta per apostrofarlo di brutto, oppure quando Gesù - sentendo che Matteo sta per tornare con gli ospiti – sibila sottovoce di traverso agli apostoli che essi mostrino di non aver altro che virtù, come dire che badino bene a ‘non farsi conoscere’, e di non comportarsi come i farisei che opprimono gli altri con dei comandi che loro stessi, per primi, non osservano…
Quella è una autentica pennellata…!
Erano i primi tempi, e la strada della santità era ancora ben lontana.
E quando Gesù si autoinvita in casa di Matteo che, estatico, non crede quasi a quel che sente e non osa pensare alla prospettiva di passare un po’ di tempo ‘con i suoi santi’… - forse non è un caso che Gesù – quasi con noncuranza – risponda a Matteo rettificando quelle parole troppo generose e precisando subito: ‘Sì. Con i miei amici’.
Gesù era Verità ed Onnisciente e sapeva che – santi – gli apostoli lo sarebbero diventati parecchio tempo dopo, come vedremo bene analizzando il resto del vangelo.
Egli, nel scegliere quegli uomini che impareremo a conoscere meglio, ha voluto far capire a tutti noi che per seguirlo non è necessario essere in partenza ‘santi’ o ‘sapienti’, ma basta un po’ di buona volontà, perché – al resto – ci pensa lui…
Se li avesse scelti già ‘santi’, avremmo detto che sono stati capaci di fare quello che han fatto perché erano santi…
Se li avesse scelti colti e sapienti, avremmo potuto parimenti dire la stessa cosa.
Se li avesse scelti tutti giovani, avremmo obiettato che la vita ‘evangelica’ non sarebbe stata invece roba da uomini ‘fatti’…
E allora li ha presi dal ‘mondo’, e per di più – a parte il giovane Giovanni – peccatori, e anche sposati come Pietro, o moralmente ben collaudati, come il ‘pubblicano’ Matteo, frequentatore di dubbie compagnie.
Matteo – nel suo vangelo - non spiega di che genere fossero quei suoi ‘amici’ a pranzo con Gesù, e che egli – oltre che pubblicani - definisce genericamente ‘peccatori’.
Se già allora era considerato scandalo il solo pranzare con un pubblicano, immaginate – conoscendo la mentalità ebraica e cosa avrebbero potuto dire gli altri ‘benpensanti’ negli anni e secoli a venire – che scandalo se Matteo avesse scritto – come vede e dice invece la Valtorta – che c’erano, a parte l’adultero che ormai non scandalizza più neanche noi, un ‘procacciatore di femmine’, cioè un ‘magnaccio’, nonché un biscazziere tenutario di un locale che diventava all’occorrenza un ricovero compiacente – e ve ne risparmio la traduzione in italiano corrente - per svaghi notturni?
Eppure – si legge più tardi nel Vangelo della Valtorta – molti di quei ‘peccatori’ presenti lì a quel pranzo verranno portati alla conversione proprio da Matteo, come anche farà a sua volta Zaccheo – quell’altro pubblicano che si era arrampicato su un albero per vedere meglio Gesù che passava in mezzo alla folla - con altri pubblicani suoi amici.
Dice dunque bene Gesù quando, garbatamente, replica ai Farisei - che lo contestavano per quelle basse frequentazioni - che Egli era venuto in terra per i peccatori.
E’ un concetto - questo - che viene ripetuto nella parabola della pecorella smarrita, raccontata nei vangeli ma che sulle labbra di Gesù - nell’opera della Valtorta - toccherà più tardi corde di intensa emotività tanto da farci desiderare di essere peccatori, più che santi, pur di guadagnarci così tanto amore da Dio.
A proposito di Matteo e di Zaccheo, mi aveva una volta colpito una affermazione che Maria SS. (‘Quaderni’ - dettato 11.9.50) aveva fatto alla Valtorta: ‘Le più belle conquiste di Gesù furono Matteo, Maria di Magdala, Zaccheo e Disma, ossia dei grandi peccatori. Grandi. Ma che non si gettarono spiritualmente a terra, inerti, dicendo: ‘Tanto sono cattivo’, ma anzi col loro spirito sorsero e corsero verso il Perdono e l’Amore con fiducia’.
Certo però che Pietro…
Visto come si comporta con Matteo?
Ruvido, ma sincero. Simpatico!
Gli dà del ladro, è vero, ma poi gli chiede scusa, e ammette anzi di essere stato un pochino ‘ladro’ anche lui.
Infatti – mi dico - in fin dei conti, Pietro, non pescava e vendeva pesci?
Chissà se anche allora – mi perdonino quei titolari di moderne pescherie che assomigliano oggi a delle ‘boutiques’ – i pesci saranno costati ‘salati’ come oggi oppure li avranno venduti sempre come ‘freschi’?
Se – come dice Jean Carmignac – il Vangelo di Marco non è altro che la traduzione in greco di un altro testo in versione semitica, scritta verosimilmente da Pietro, quasi-quasi avrei scelto quest’ultimo vangelo, a base del nostro commento, perché - fra la tenerezza che mi fa Matteo in quanto peccatore, e la simpatia rude che mi ispira Pietro - avrei optato per la simpatia.
E non aveva neanche ‘peli’ sulla lingua, Pietro. Visto come ti ha servito Giuda? Gli ha mangiato in testa!
Giuda faceva parte del collegio apostolico da pochi mesi ma si era evidentemente già fatto abbastanza conoscere se il galileo Pietro - nell’impeto della rabbia - l’aveva definito ‘completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo e erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno’.
Pietro – che, da uomo maturo e di esperienza quale era, doveva essere anche un poco intuitivo - non di rado, nell’opera valtortiana, ‘arronzava’ Giuda per certi suoi comportamenti.
Ma Pietro era regolarmente frenato da Gesù che sulla mancanza d’amore, specie verso i peccatori, non transigeva.
Dall’opera della Valtorta si capisce bene che Giuda – frequentatore del Tempio, ambizioso e ansioso dell’arrivo messianico del ‘Re di Israele’, che egli immaginava e si augurava come ‘uomo di potere’ - durante un precedente viaggio di Gesù a Gerusalemme, aveva fatto ‘carte false’ pur di convincere Gesù ad accoglierlo nel Gruppo dei suoi primi apostoli.
Gesù, nel quale conviveva la natura umana con quella divina, non lo avrebbe voluto con sé perché – nella sua onniscienza e preveggenza - vedeva in anticipo il tradimento futuro.
Dall’opera valtortiana si evince chiaro anche un altro concetto.
Gesù non avrebbe voluto Giuda fra i suoi, ma ciò non tanto perché egli sarebbe strato ‘strumento’ della sua cattura e quindi del deicidio – deicidio che peraltro Gesù avrebbe anche potuto prevenire – quanto perché, per un atto d’amore, egli non voleva che – seguendolo e poi tradendolo – Giuda si rendesse responsabile della propria perdizione.
Amore per Giuda peccatore, quindi, un Giuda che dall’opera valtortiana emergerà come precipitato all’inferno.
Certi ‘teologi’’ preferirebbero immaginarlo ‘salvato’ dalla Misericordia di Dio, dimenticandone la Giustizia.
Essi non si sanno rassegnare all’idea che l’inferno esista o se esiste preferiscono pensare che esso debba essere praticamente vuoto: così siam tutti tranquilli!
Qualche teologo ‘buonista’ – sempre della categoria di quelli che vogliono tranquillizzare tutti ad ogni costo, della serie: peccate pure che tanto Dio è ‘buono…! - ha anche ipotizzato – sempre in nome della misericordia divina – una salvezza dei demoni, dimenticando che i primi a non volerla – la salvezza – sono i demoni stessi, avvitati come sono essi in una spirale di odio tremendo verso Dio, odio che respinge persino l’idea di una clemenza divina a favore della propria salvezza.
Ma, attenzione, Giuda morì dannato non per il deicidio o il proprio suicidio quanto per aver disperato – non avendola voluta ammettere, anzi avendola rifiutata – nella Misericordia e nel perdono di Dio che invece era venuto in terra proprio per gli uomini peccatori: fu un peccato contro lo Spirito Santo, di quelli cioè che non vengono perdonati.
Nell’opera valtortiana Giuda – vedendo Gesù catturato, trascinato via, maltrattato e bastonato - si rende conto, come se fosse uscito da un appannamento che ne avesse oscurato fino a quel punto la lucidità mentale, della gravità tremenda di quel che Egli aveva fatto nei confronti di quell’Uomo-Dio che ora – nella miseria della sua cattura e della sua debolezza d’uomo – egli vedeva più ‘Dio’ di quanto non lo avesse visto prima nella sua sfolgorante potenza di miracolo.
Giuda getta in faccia ai capi dei Sinedrio il compenso del tradimento e fugge verso il Cenacolo, lo trova deserto, vede Maria che intuisce tutto e cerca di fermarlo per salvarlo, ma lui la respinge, esce, fugge ancora e corre ad impiccarsi.
La sua non è la disperazione, buona, di chi si è reso conto di aver sbagliato, la sua è la disperazione di chi ha perso il contatto con Dio e che a questo punto decide – ultima suggestione irridente di Satana che, dopo averlo sedotto e strumentalizzato, gli ‘propone’ di farla finita - che Dio non merita neanche una invocazione di perdono.
Quella di Giuda è forse la personalità più complessa, dal punto di vista psicanalitico, che emerge dall’opera della Valtorta: non privo di slanci spirituali ma preda anche di cadute vertiginose, sempre in bilico fra una volontà di salvezza ed un desiderio oscuro di perdizione.
Il Giuda della ‘storia’ avrebbe tradito l’Uomo della storia.
Dio-Figlio, il Verbo – che vive fuori del tempo - sapeva in anticipo quello che sarebbe successo nella logica del tempo, ma non si sottrae alla storia, ne accetta in anticipo il verdetto, sapendo che solo il suo sacrificio di Dio, sacrificio liberamente accettato, avrebbe potuto - di fronte a Dio Padre - redimere l’Umanità riscattando la catena immane di peccati che gli uomini avevano commesso contro gli altri uomini e contro Dio.
Visto come si comporta con Matteo?
Ruvido, ma sincero. Simpatico!
Gli dà del ladro, è vero, ma poi gli chiede scusa, e ammette anzi di essere stato un pochino ‘ladro’ anche lui.
Infatti – mi dico - in fin dei conti, Pietro, non pescava e vendeva pesci?
Chissà se anche allora – mi perdonino quei titolari di moderne pescherie che assomigliano oggi a delle ‘boutiques’ – i pesci saranno costati ‘salati’ come oggi oppure li avranno venduti sempre come ‘freschi’?
Se – come dice Jean Carmignac – il Vangelo di Marco non è altro che la traduzione in greco di un altro testo in versione semitica, scritta verosimilmente da Pietro, quasi-quasi avrei scelto quest’ultimo vangelo, a base del nostro commento, perché - fra la tenerezza che mi fa Matteo in quanto peccatore, e la simpatia rude che mi ispira Pietro - avrei optato per la simpatia.
E non aveva neanche ‘peli’ sulla lingua, Pietro. Visto come ti ha servito Giuda? Gli ha mangiato in testa!
Giuda faceva parte del collegio apostolico da pochi mesi ma si era evidentemente già fatto abbastanza conoscere se il galileo Pietro - nell’impeto della rabbia - l’aveva definito ‘completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo e erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno’.
Pietro – che, da uomo maturo e di esperienza quale era, doveva essere anche un poco intuitivo - non di rado, nell’opera valtortiana, ‘arronzava’ Giuda per certi suoi comportamenti.
Ma Pietro era regolarmente frenato da Gesù che sulla mancanza d’amore, specie verso i peccatori, non transigeva.
Dall’opera della Valtorta si capisce bene che Giuda – frequentatore del Tempio, ambizioso e ansioso dell’arrivo messianico del ‘Re di Israele’, che egli immaginava e si augurava come ‘uomo di potere’ - durante un precedente viaggio di Gesù a Gerusalemme, aveva fatto ‘carte false’ pur di convincere Gesù ad accoglierlo nel Gruppo dei suoi primi apostoli.
Gesù, nel quale conviveva la natura umana con quella divina, non lo avrebbe voluto con sé perché – nella sua onniscienza e preveggenza - vedeva in anticipo il tradimento futuro.
Dall’opera valtortiana si evince chiaro anche un altro concetto.
Gesù non avrebbe voluto Giuda fra i suoi, ma ciò non tanto perché egli sarebbe strato ‘strumento’ della sua cattura e quindi del deicidio – deicidio che peraltro Gesù avrebbe anche potuto prevenire – quanto perché, per un atto d’amore, egli non voleva che – seguendolo e poi tradendolo – Giuda si rendesse responsabile della propria perdizione.
Amore per Giuda peccatore, quindi, un Giuda che dall’opera valtortiana emergerà come precipitato all’inferno.
Certi ‘teologi’’ preferirebbero immaginarlo ‘salvato’ dalla Misericordia di Dio, dimenticandone la Giustizia.
Essi non si sanno rassegnare all’idea che l’inferno esista o se esiste preferiscono pensare che esso debba essere praticamente vuoto: così siam tutti tranquilli!
Qualche teologo ‘buonista’ – sempre della categoria di quelli che vogliono tranquillizzare tutti ad ogni costo, della serie: peccate pure che tanto Dio è ‘buono…! - ha anche ipotizzato – sempre in nome della misericordia divina – una salvezza dei demoni, dimenticando che i primi a non volerla – la salvezza – sono i demoni stessi, avvitati come sono essi in una spirale di odio tremendo verso Dio, odio che respinge persino l’idea di una clemenza divina a favore della propria salvezza.
Ma, attenzione, Giuda morì dannato non per il deicidio o il proprio suicidio quanto per aver disperato – non avendola voluta ammettere, anzi avendola rifiutata – nella Misericordia e nel perdono di Dio che invece era venuto in terra proprio per gli uomini peccatori: fu un peccato contro lo Spirito Santo, di quelli cioè che non vengono perdonati.
Nell’opera valtortiana Giuda – vedendo Gesù catturato, trascinato via, maltrattato e bastonato - si rende conto, come se fosse uscito da un appannamento che ne avesse oscurato fino a quel punto la lucidità mentale, della gravità tremenda di quel che Egli aveva fatto nei confronti di quell’Uomo-Dio che ora – nella miseria della sua cattura e della sua debolezza d’uomo – egli vedeva più ‘Dio’ di quanto non lo avesse visto prima nella sua sfolgorante potenza di miracolo.
Giuda getta in faccia ai capi dei Sinedrio il compenso del tradimento e fugge verso il Cenacolo, lo trova deserto, vede Maria che intuisce tutto e cerca di fermarlo per salvarlo, ma lui la respinge, esce, fugge ancora e corre ad impiccarsi.
La sua non è la disperazione, buona, di chi si è reso conto di aver sbagliato, la sua è la disperazione di chi ha perso il contatto con Dio e che a questo punto decide – ultima suggestione irridente di Satana che, dopo averlo sedotto e strumentalizzato, gli ‘propone’ di farla finita - che Dio non merita neanche una invocazione di perdono.
Quella di Giuda è forse la personalità più complessa, dal punto di vista psicanalitico, che emerge dall’opera della Valtorta: non privo di slanci spirituali ma preda anche di cadute vertiginose, sempre in bilico fra una volontà di salvezza ed un desiderio oscuro di perdizione.
Il Giuda della ‘storia’ avrebbe tradito l’Uomo della storia.
Dio-Figlio, il Verbo – che vive fuori del tempo - sapeva in anticipo quello che sarebbe successo nella logica del tempo, ma non si sottrae alla storia, ne accetta in anticipo il verdetto, sapendo che solo il suo sacrificio di Dio, sacrificio liberamente accettato, avrebbe potuto - di fronte a Dio Padre - redimere l’Umanità riscattando la catena immane di peccati che gli uomini avevano commesso contro gli altri uomini e contro Dio.